Gabriel Sternberg
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lunedì 4 giugno 2007

Rockline

di: Edoardo Baldini Gabriel Sternberg è un cantautore italo-tedesco che, dopo aver autoprodotto il debutto Silent Days nel 2006, pubblica nel maggio 2007 la sua seconda opera, tale Endless Night. Il titolo è esplicativo dell’intento del musicista, cioè quello di tessere “canzoni d’amore su qualcosa che è finito, che sarebbe potuto essere o che non è mai accaduto”. Pertanto un’aura di malinconia permea ciascuna delle dieci ballate di cui è costituito il disco, un lavoro raffinato ed elegante di Indie Rock, che sa sfociare nell’ambito cantautoriale senza limitazioni. Dopo l’introduzione Today, la chitarra acustica di Sternberg costruisce il tema di Marzena, delicata e posata tracci all’insegna dell’introspezione tipica di un esperto cantautore; più elaborata e struggente è la terza Willow Tree, che ricorda parecchio l’atmosfera dei tristi Black Heart Procession. Il pianoforte scandisce accordi che si perdono sotto la voce sussurrata di Sternberg, vero punto di forza del disco perché capace di trasmettere sensazioni di onirica rassegnazione. Più si procede all’interno dell’album più si ritrovano i canoni seguiti nelle prime due canzoni proposte, poiché agli arpeggi e accordi della chitarra acustica, si alternano le note perse del pianoforte, altro accompagnatore delle tematiche trattate da Gabriel. Basti ascoltare Silent Day o With You per notare quale sia la carica emotiva trasmessa da questo pianoforte che conserva un sapore romantico e parecchio legato alle composizioni del celebre Chopin, riprese in una chiave contemporanea e semplificata. La semplicità appunto domina sovrana su Endless Night, ma non è sinonimo di banalità: tutto è ricondotto ad un alone statico e lento, ma questo è dovuto alla volontà dello stesso musicista di indirizzare il proprio sound verso una dimensione ricercata e curata nei particolari. Di certo l’album poteva essere sviluppato in modo meno vuoto, seguendo la scia di Willow Tree, perché le parti dove la batteria campionata è assente, pur essendo estremamente avvolgenti, non riescono a conferire l’effetto desiderato. In definitiva, all’interno del panorama Indie o acustico, Gabriel Sternberg può e potrà rappresentare una realtà interessante, seppur non eccessivamente originale, ma devono mostrarsi ulteriori margini di miglioramento per le prossime pubblicazioni. Endless Night rimane comunque un lavoro introspettivo e profondo, mesto e delicato, che saprà cullare l’ascoltatore nel mondo fatto di paesaggi mitteleuropei e di amori vissuti o mai iniziati di Gabriel Sternberg.


martedì 29 maggio 2007

Vitaminic

di: Enzo Baruffaldi Gabriel Sternberg è un ventottenne cantautore italo-tedesco, che se non avessi letto che vive a Milano avrei associato a qualche scenario nordeuropeo in cui il bisogno di calore è forte solo quanto il desiderio di esprimersi a modo proprio, in totale libertà, suonando con le proprie mani tutto quello che c'è da suonare. Endless Night è il suo secondo album, appena uscito per la Canebagnato Records, che segue a distanza di un anno il suo debutto autoprodotto Silent Days. La musica di Gabriel Sternberg è tagliata su misura, è comunicazione unidirezionale, è un maglione non proprio trovato nella propria stanza in un pomeriggio d'inverno, che acquista all'improvviso un valore proprio perché appartiene a qualcun altro. Qualcun altro a cui si tiene, a cui si è voluto bene, a cui ci si rivolge con un cantato sussurrato che riecheggia di Sparklehorse e del Thom Yorke solista, con il fare di Elliott Smith e una chitarra immaginata suonata con il capo chino e i piedi che si muovono in terra irrequieti, tanta ubiquità autoriale e una leggera pesantezza che ripaga dell'attenzione prestatale. La costruzione delle armonie, la successione di arpeggi e di attimi rubati alla notte, fragili e imperfetti, con un alone di tastiere come condensa sui vetri, fa del suo essere lineare e in questo emozionale e toccante la sua forza. Una lieve indolenza si stende su ogni brano, come in una notte cittadina tanto densa di solitudine e ricordi da evaporare in una nuvola indefinita di suono.


lunedì 28 maggio 2007

Wrong

di: Andrea Consonni “Album dedicato a quei momenti in cui il mondo intorno si confonde, pian piano scompare e quello che rimane, i dettagli, si fa chiaro, a volte doloroso a volte necessario”, così recita la presentazione di Endless Night, l’album di Gabriel Sternberg, giovane cantautore italo-tedesco di stanza a Milano, edito dalla Canebagnato Records, in una confezione cartonata dalla linee e paesaggi adombrati di bianco e nero, (a cura di Caterina Pinto), che personalmente mi ha riportato, (con immenso dolore) nell’universo disegnato da Craig Thompson, in quel capolavoro dei sentimenti che è Blankets. Ascoltare questo album fa male. Tanto male. Nei primi giorni da che mi era stato spedito ero stato capace solo di ascoltare una canzone alla volta, Marzena, così scarna, l’oscurità malinconica dei cuori di Nick Drake-Elliott Smith rappresa in quella chitarra, in quel sussurro, in quelle pause dove ci può stare tutta quanta la tua vita…e sono stato costretto a fermarmi, a prendere fiato per poi ricominciare infilandomi nelle aperture di willow tree, dove Gabriel Sternberg supportato da Christian Alati, finge di cambiare umore senza mai farlo in verità, perché quella frasi finali…“although i am all alone // you’re standing here, by my side”...mi restituiscono al dubbio che nulla nella mia vita sia cambiato…che nulla di quanto io stia vivendo sia davvero reale… e così il disco l’ho richiuso senza azzardarmi per qualche giorno a riascoltarlo…perché tutte le canzoni mi sembravano così simili una all’altra nell’umore…come se Gabriel volesse cantare una sola canzone lunga un album e poi…ecco…in pieno maggio ritorna l’autunno…carico di vento forte e pioggia gelida e l’album mi ha attirato a sé…come una donna irraggiungibile…la tristezza da città deserta di soon… sotto un cielo limpidissimo nella sua desolazione che sembra trovare un tiepido chiarore nelle vaghe reminiscenze alla Kings of Convenience… fino ad arrivare alla coppia di canzoni che più mi hanno scosso l’animo…la strumentale silent day col pianoforte accompagnato dal sommesso brusio di voce lontana…come un funerale che scorre lungo le vie di un paese dalle finestre sbarrate…e la successiva with you dal ritmo avvolgente di un ballo ipnotico..ad occhi chiusi…le dita che si sfiorano e si allontanano “still I won’t forget single day…// with you//…..come in una delle prime canzoni di Maximilian Hecker… la ninna nanna sussurrata sul dorso di un letto o sul manto di un bosco autunnale di Close to me fino a concludersi con la traccia che da il titolo al disco: endless night, nella semplicità di voce e chitarra…“in your arms i’m sleeping…the deepest dream”… ed è proprio in queste ultime parole, che non lasciano tregua al cuore, che viene custodito il piccolo gioiello che è questo disco.


domenica 1 ottobre 2006

Beautiful Freaks

di: Manuela Contino
Nel tempo sonoro di due tracce un estratto dell’essenza artistica di Gabriel Sternberg, elargita in modo più ampio nell’album intitolato Silent Days. Un distillato, che ci mostra un musicista raffinato e virtuoso, a cui piace vagare in atmosfere rarefatte, melodie lente ma mai piatte, fascinazioni sonore sostenute da piano e chitarre e minimali accenni di elettronica. La voce di Gabriel, sembra venire da lontano, come fosse una flebile e cullante eco che giunge da terre sterminate dove vento aria e acqua la fanno da padrone. Delicata Willow tree, mentre più cupa e concettuale Last Autumn, che si fa forte di un finale improvviso, che sembra cadere nel vuoto. Musica che nulla cede alla banalità, ma che di riveste di una ricerca affascinante che invita a voler scoprire di più del lavoro di Gabriel Sternberg.


sabato 26 agosto 2006

Kathodik

di: Marco Braggion
Album di debutto per il tastierista/chitarrista milanese Gabriel Sternberg, che riprende dalla migliore tradizione cantautorale britannica gli ingredienti per un disco di ballate lente e calde (un po' da Nick Drake un po' dal Thom Yorke acustico). Minimale per la scelta strumentale (quasi sempre un'unico strumento per traccia), qualche field recording (nell'apertura Today e nella chiusura Endless Night) e qualche tocco elettronico che a tratti ricorda la psichedelia dei Pink Floyd (in Last Autumn) o le atmosfere sepia di Vincent Gallo (in Please Don't Leave Me) o le stravaganze della Beta Band (nella più ritmata Instrumental #1), l'artista riesce a costruire un mondo isolato, fatto di ballad lente ricche di arpeggi folk che allietano e sostengono la voce quasi sempre sussurrata à la Elliot Smith. Un disco piacevole che si inserisce nella tradizione post-electro-folk senza risultare troppo pretenzioso, senza voler per forza strafare con inutili trucchi. Un buon inizio ricco di eterogeneità.


lunedì 31 luglio 2006

Rockit

di: Manfredi Lamartina
Strano percorso, quello intrapreso da Gabriel Sternberg. Parte criptico, difficile, arrogante. “Today” non è altro che rimbombi e rumori urbani. Sembra quasi uno scherzo, perché per 7 (sette!) minuti non succede nulla. Non una melodia, non uno strumento, non un’emozione. Poi. Entra lui. Imbraccia una chitarra acustica e un carico di malinconie assortite. “Marzena”. La voce si fa sottile, disegnando ambientazioni neo folk che incuriosiscono e disinnescano le spocchie pseudoavanguardiste della prima traccia. Poi. Sul palco entrano nuovi strumenti. Chitarra elettrica, fisarmonica, batteria, pianoforte. “Willow Tree”. John Lennon e Sparklehorse a fare da spettatori compiacenti e compiaciuti, mentre dal fondo della sala salgono applausi. Perché qui siamo dalle parti del capolavoro. Poi. Ulteriori cambi di rotta. Derive elettroniche curiose anche se non originalissime (“Silent Days” e “Instrumental”), intervallate da nuovi scampoli di pop onirico (“Please Don’t Leave Me”). Poi. Chiusura con “Endless Night”. E tutto, come in un cerchio perfetto, riaquista un senso. Perché qui è la notte a parlare. Mentre nel primo episodio del disco Sternberg – un nome da predestinato all’indie pop – aveva rappresentato (ma va?) il giorno. Fosse stato meno prolisso in entrambi i casi, sarebbe stata un’idea niente male. Promosso, comunque.


venerdì 2 giugno 2006

Musica Libera

Una composizione musicale dove le atmosfere e le ambientazioni sonori la fanno da padrone. Sicuramente vario e ricco di esperienze il background musicale di questo artista che utilizza senza differenze voce e suono per comporre armonie che siano un tutt’uno con il viaggio che l’ascoltatore può intraprendere con questo cd. Silent Days è un’intrigante raccolta di vissuti messi in musica, con l’utilizzo di noise sound, elettronica e strumenti musicali tradizionali, sino alla voce. Il tutto è mixato quasi all’unisono, prevaricando ogni fondamento sonoro a favore della riuscita emozionale del progetto. Dieci brani in cui le parti strumentali abbondano senza inutili virtuosismi eccessivi o forzature negli arrangiamenti, ma con un naturale cammino che porta all’introduzione della voce o alle parte ritmate. A volte, quando si parla in una recensione di atmosfere e mood, si è portati a pensare che il lettore possa essere sviato e credere che si tratti di pura musica elettronica o di new wave. Vorrei sottolineare come in questo caso si tratti di pura composizione, idee nate e realizzate in maniera autonoma, facendo riferimento ad un naturale background musicale ma senza per forza volerlo scimmiottare. Credo sia importante nell’ascolto di Silent Days porre chiaramente l’accento su quello che scaturisce a livello emozionale, lasciando se vogliamo in leggero distacco l’analisi delle parti che compongono le canzoni. Mentre si ascolta questo cd si capisce subito che ci si trova di fronte a qualcosa di nuovo, sia nella forma che nella struttura e allora non resta che provare a farsi trasportare e sentire cosa ne scaturisce. Personalmente credo che sia una delle migliori sperimentazioni che abbia mai potuto apprezzare, certo con magari delle migliori che potrebbero avvenire in futuro, ma una delle più ricche e vaste idde musicali che si possano ascoltare oggigiorno. Buona Musica


sabato 6 maggio 2006

Sonic Bands

di: Adil
Le dieci tracce di Silent Days si pongono quasi fuori dal tempo, tranne che per i rumori di una qualsiasi città catturati nell'iniziale Today. Nato a Milano nel 1979, Gabriel ha iniziato a suonare e comporre soltanto nel 2000. Dopo avere partecipato nel 2003 alla colonna sonora di un piccolo film indipendente e ad alcuni concerti nell'estate del 2005 Sternberg si è dedicato, da agosto a dicembre, alla scrittura del suo debutto. Silent Days è un lavoro levigato dove convivono, senza alcuno sforzo apparente, chitarre acustiche à la Nick Drake in alcuni episodi ed atmosfere quasi trip-hop in altri. Last Autumn non sfigurerebbe in un disco degli Zero7 e un brano come l'indolente Please Don't Leave Me piacerebbe a più di un fan dei francesi Air. La penultima traccia Instrumental #1 è l'episodio più "rock" dell'album, grazie a distorsioni e ritmiche quasi industriali. Silent Days ha le carte in regola per fare bene, soprattutto all'estero: in Italia un prodotto così elitario e leggermente snob avrebbe vita dura.


sabato 1 aprile 2006

Sentireascoltare

We Are Demo #6
di: Stefano Solventi
Chiudiamo col solipsismo autoriale di Gabriel Sternberg. Milanese, classe ’79, sforna un Silent Days denso ed etereo, fragile ma tenace, impressionista e trepidamente folk. Cartilagini di piano, chitarra, tastiere, voce. Found sounds urbani che diventano pastelli bucolici. Memorie impalpabili, minacciose come se covassero qualcosa che non sai mettere a fuoco, ma c’è.